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Bibliografia 8 marzo 2011

8 marzo 2011

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DONNE IN AZIONE: LA VITA E’ POLITICA

Bibliografia ragionata a cura della Biblioteca comunale di Castel Maggiore

 

Introduzione

Tina Anselmi
Angelica Balabanoff
Olga Benario
Tamara Bunke
Angela Davis
Dolores Ibarruri
Tina Modotti
Ondina Peteani
Comandante Ramona
Laura Seghettini
Gerda Taro
Donne d’Argentina

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INTRODUZIONE

Viviamo un frangente storico, politico, culturale in cui le donne sembrano arretrare. Anni di lotte per conquistare diritti e un ruolo attivo nella società, sembrano essere stati cancellati con un colpo di spugna. Parevano diritti talmente acquisiti che quasi non ci si é accorti dello spazio d’azione che veniva sottratto.
In Italia è abbastanza scontato che le donne siano meno presenti che altrove nei ruoli di potere e di responsabilità. In nome della crisi economica, di fatto, le donne sono le meno occupate, nonostante siano culturalmente più preparate, e alle loro intelligenze si preferiscono i loro corpi. Una sorta di rassegnazione, sembra essere penetrata nella vita delle donne, la forza dell’utopia sostituita da un pragmatismo immobilizzante.
La bibliografia che vi proponiamo più che a presentare, come nelle precedenti edizioni, le opere letterarie di donne, è un invito a conoscere le vite di figure femminili che appartengono alla storia, personaggi poco considerati a livello storiografico ma che hanno dato un contributo fondamentale ai momenti di grande trasformazione, di “effervescenza collettiva” del Novecento.
La costante di queste biografie sembra essere, da una parte, il rapporto indivisibile tra vita privata e vita pubblica, dall’altra la tensione utopistica all’agire sulla realtà. Esse agiscono in un mondo dominato dalla cultura maschile: ambienti militari, politici in cui le donne tradizionalmente svolgono ruoli marginali e tipicamente femminei. Molto spesso la bellezza di alcune di loro per un certo verso le agevola, ma per un altro le espone al pregiudizio che le vuole o sante o malafemmine. Nonostante ciò, la loro coerenza e la capacità di leggere la realtà con la testa e con il cuore, permette a queste protagoniste di scardinare la rigidità di tale modello. 
A volte la Storia non ci restituisce nemmeno nomi di spicco di singole protagoniste; è per questo che abbiamo deciso di raccontare il caso delle donne argentine, una memoria collettiva fatta da tante singole individualità.
Conoscere queste storie, ci permette di fare una riflessione sull’attualità, è un invito a superare la passività, verso un agire collettivo che restituisca alla figura femminile dignità e forza. E’ forse in quest’ottica che le donne, appartenenti a diversi schieramenti politici, stanno scendendo ora numerosissime in piazza a rivendicare la propria dignità. Se la “metà” femminile è costretta a manifestare per far sentire la propria voce, per urlare la propria solitudine in una società che la costringe in angolo, qualcosa di importante non funziona.
Le storie di donne che qui presentiamo emanano quella forza che ancora oggi può tradursi in voglia di mettersi in gioco per provare a costruire un mondo diverso.
 


 Tina Anselmi

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Figlia del Veneto cattolico, classe 1927, Tina nasce a Castelfranco Veneto dove risiede tuttora. È una ragazza di 17 anni quando vede un gruppo di giovani partigiani impiccati dai fascisti: decide così di prender parte attivamente alla Resistenza e di diventare staffetta della brigata "Cesare Battisti", al comando di Gino Sartor. In seguito si unisce al Comando Regionale del Corpo Volontari della Libertà. Come afferma lei stessa: ?La scoperta più importante fatta in quei mesi di lotta durante la guerra è stata l’importanza della partecipazione: per cambiare il mondo bisognava esserci. Questo è stato il motivo che mi ha fatto abbracciare la carriera politica: la convinzione che esserci è una parte costitutiva della democrazia, senza partecipazione non c’è democrazia e il paese potrebbe andare nuovamente allo sbando. Ecco il motivo per cui non dobbiamo tradire la Resistenza, dobbiamo conoscerla e non tradire i valori su cui si è fondata questa pagina della nostra storia e dobbiamo essere presenti come lo eravamo ieri?. Nel 1944 entra a far parte della Democrazia Cristiana; negli anni seguenti darà un grosso contributo all’organizzazione del partito e alla vita democratica della nazione. Dopo essersi laureata in Lettere all’Università Cattolica di Milano, oltre a dedicarsi all’insegnamento nella scuola elementare, comincia ad assumere ruoli importanti nel sindacato: dal 1945 al 1948 è dirigente del Sindacato Tessili e dal 1948 al 1955 del Sindacato Maestre.
Tina è molto sensibile anche alle problematiche delle donne che, dopo aver contribuito attivamente alla causa partigiana, nel dopoguerra pretendono il ruolo che giustamente spetta loro nella società. Fondamentale resta la sua lotta per il voto alle donne, assieme a tante "suffragette" di allora: cattoliche, socialiste, comuniste, che il 2 giugno del 1946 scelgono la Repubblica e votano per l’Assemblea Costituente. Oltre ad essere artefice di questa battaglia, in questi anni Tina è incaricata nazionale delle giovani della Democrazia Cristiana e in tale veste partecipa ai Congressi mondiali dei giovani di tutto il mondo. Durante gli anni Sessanta sarà eletta prima Vice Presidente e poi membro del Comitato direttivo dell’Unione Femminile Europea.
Un’altra data fondamentale per l’Anselmi è il 19 maggio 1968, giorno in cui viene eletta per la prima volta come deputato nel Collegio di Venezia e Treviso. Rimarrà parlamentare dalla V alla X legislatura, fino al 1992. Tre volte sottosegretaria al Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, prima donna ministro nel 1976, e unica al Dicastero del Lavoro, per due volte ministra della Sanità. Molte leggi non portano solo la sua firma, ma il suo impegno, le sue convinzioni, frutto di tanto ascolto: le leggi sull'allargamento della tutela alla lavoratrice madre, il suo contributo alla riforma che introduce il Servizio Sanitario Nazionale, da sole basterebbero a qualificarne l'impegno.
E’ del 1981 la sua presidenza della Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2, che termina i lavori nel 1985. E’ un capitolo essenziale della vita della Repubblica, una responsabilità che l'Anselmi assume pienamente e con forza, firmando l'importante relazione che analizza le gravi relazioni della loggia con apparati dello stato e con frange della criminalità organizzata, messe in campo per condizionare con ogni mezzo la vita democratica del Paese. Per questa sua partecipazione, è oggetto di insulti da parte di avversari potenti. I 120 volumi degli atti della commissione che denuncia Licio Gelli e i suoi amici la fanno diventare un personaggio scomodo. Nel diffamante ritratto di cui è vittima, viene descritta non solo come "moralista giacobina" o "improbabile guerriera animata da furbizia contadina", ma anche come "modello della futura demonologia politica nazionale, distruttiva e futile". Insomma, un diavolo. La sua replica sarà lapidaria: "Ancor oggi non mi perdonano e mi attaccano per un motivo semplice e tragico: la P2 non è mai scomparsa".
Ma il suo impegno non viene meno. Nel 1984 presiede la prima Commissione nazionale per la parità e la pari opportunità tra uomo e donna: si deve a lei la legge n. 125 del 1991 “Azioni per la realizzazione della parità uomo – donna nel lavoro”. Successivamente presiede il Comitato italiano per la FAO, la Commissione nazionale sulle conseguenze delle leggi razziali per la comunità ebraica italiana, fa parte della Commissione di inchiesta sull'operato dei soldati italiani in Somalia. Ancora, è vicepresidente onoraria dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia.
È stata più volte presa in considerazione da politici e società civile per la carica di Presidente della Repubblica: nel 1992 fu il settimanale Cuore a sostenerne la candidatura, mentre nel 2006 un gruppo di blogger l'ha sostenuta attraverso un tam tam mediatico che prende le mosse dal blog Tina Anselmi al Quirinale. Nel 1998 è stata nominata Cavaliere di Gran Croce Ordine al merito della Repubblica italiana. Possiamo considerarla a pieno titolo la madre nobile della democrazia italiana.

Bibliografia

Anselmi, Tina Bella ciao: la Resistenza raccontata ai ragazzi, Biblioteca dell’Immagine, 2004
Anselmi, Tina Zia, cos’è la Resistenza?, Manni, 2003
Anselmi, Tina, Vinci, Anna Storia di una passione politica, Sperling & Kupfer, 2006
Roveda, Anselmo Una partigiana di nome Tina, Coccole e Caccole, 2010

Fonti

http://digilander.libero.it/giova65/Giovani22/Tina%20ANSELMI.doc
http://www.enciclopediadelledonne.it/index.php?azione=pagina&id=14
http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=807
www.uonna.it/tina-anselmi-gelli-2.htm+anselmi+pari+opportunit%C3%A0&cd=8&hl=it&ct=clnk&gl=it&source=www.google.it

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Angelica Balabanoff

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Il nome di Angelica Balabanoff è indissolubilmente legato alle battaglie del movimento operaio internazionale e lo troviamo accanto ai nomi dei protagonisti dei momenti più caldi della storia del ventesimo secolo, eppure è ancora oggi poco ricordato.
Nata nel 1870 in Ucraina, a Cernicav presso Kiev, da una ricca famiglia della borghesia ebraica, rivela fin da giovanissima un temperamento ribelle e rivoluzionario. Frequenta un esclusivo collegio per giovinette ricche, ma i privilegi di cui gode, messi a confronto con la miseria dei contadini russi, diventano per lei un incubo. Questa profonda sensibilità verso l’ingiustizia sociale ed una madre arcigna e severa, la spingono alla ribellione; sarà un ultimo divieto familiare a darle il coraggio di lasciare la sua casa e le sue comodità. Inoltre, la buona occasione per lasciare la Russia si presenta con la possibilità di frequentare all’estero l’Università, possibilità preclusa alle donne nel suo paese. Per questo i genitori, accettano di mantenerla finanziariamente all’estero, anche dopo aver terminato gli studi. A Bruxelles consegue a pieni voti la laurea in lettere e filosofia, brillante allieva del Prof. Augsmans, sindaco socialista di Bruxelles. Molto importanti sono questi anni passati in Belgio per la costruzione di una forte base della propria formazione culturale e politica; in tal senso fu fondamentale l’incontro, nel 1898, con l’avvocato Umberto Zanni, socialista romano, che l’aiuta a convogliare le sue aspirazioni e a sistematizzare gli studi. Frequentando Augusto Babele e Clara Zetkin, esponenti della socialdemocrazia tedesca, completa il suo percorso politico-culturale, bagaglio con il quale viaggia verso Roma, dove nel 1900 le permetterà di diventare l’allieva prediletta del prof. Antonio Labriola ed abbracciare l’ideologia marxista. L’insegnamento di Labriola, l’accompagna per tutta la vita;  la sua spinta ad applicare la critica e l’autocritica, senza mai accontentarsi di verità acquisite, sarà alla base del suo attivismo politico.
Nel 1904 si iscrive al PSI ed incomincia a dedicarsi anima e corpo nella lotta a fianco del proletariato, per questo chiede espressamente di essere inviata a Losanna, dove condivide la vita quotidiana con i lavoratori italiani emigrati, ai quali insegna il francese e il tedesco. Tra questi italiani vive il giovane Mussolini, che Angelica aiuta in un momento di grande difficoltà, perché disoccupato e disperato.
Sempre in questo periodo lavora alla Camera del Lavoro di San Gallo e nel 1906 fonda Su compagne, periodico di propaganda socialista per le donne.
Un momento cruciale della carriera politica di Angelica è rappresentato dagli anni passati come membro della direzione del PSI (1912 – 1917), in cui crea un vero e proprio sodalizio con Mussolini, con il quale condivide le impostazioni massimalistiche e la direzione de L’Avanti!, svolgendo un ruolo decisivo per la sua ascesa alla guida del partito. E’ un rapporto dove il pubblico e il privato si fondono, dando luogo a infiniti pettegolezzi, sia in ambito socialista che non . Uno dei pettegolezzi che ha resistito più a lungo nel tempo è quello che attribuisce alla Balabanoff la maternità di Edda, figlia di Mussolini. Ciò provoca le gelosie di Rachele, moglie di Mussolini, e di Margherita Sarfatti, a lungo amante dello stesso, che riserva in alcuni suoi scritti, parole di pura cattiveria per Angelica. Cosa certa è che per Mussolini, l’incontro con Angelica Balabanoff è fondamentale, lui stesso ammise che senza di lei non sarebbe andato molto lontano.
La rottura avviene con lo scoppio della prima guerra mondiale; Mussolini abbandona il neutralismo per appoggiare l’interventismo, per questo la Balabanoff propone la sua espulsione dal partito e dal giornale. Ma sarà lei ad allontanarsi; cresce il suo impegno a sostegno delle politiche non interventiste, partecipa attivamente a Conferenze importanti nelle quali si chiede l’immediato trattato di pace tra i popoli in guerra.
Intanto è scoppiata la rivoluzione in Russia, Angelica torna a Mosca e diviene commissaria del popolo. Il primo incontro con Lenin era avvenuto in Svizzera nel 1914, incontro intenso dal quale scaturisce un rapporto intellettuale e politico molto forte, che la porterà ad essere nominata, nel 1919 segretaria della III Internazionale socialista. Ma nel momento in cui, nella Russia bolscevica, il potere viene preso dai Soviet, Angelica entra in conflitto con i metodi bolscevichi. Dai forti contrasti con Lenin e Zinovev consegue la sua scelta di abbandonare il paese, stremata nel corpo e nell’anima. Ha così inizio il suo esilio; in Italia non poteva rientrare, siamo in pieno ventennio fascista, in un primo momento ripara a Stoccarda per poi trasferirsi a Vienna. Nel 1926 è a Parigi dove dirige con Ugo Coccia, L’Avanti!. Dopo la fine della guerra di Spagna, inizia l’esilio negli Stati Uniti, che si conclude nel 1945 con il suo ritorno in Italia.  Qui aderisce al PSI (allora PSIUP) e nel 1947 contribuisce, con Saragat , alla nascita del nuovo Partito socialista dei lavoratori e, in seguito al Partito socialdemocratico italiano, conseguente alla scissione del partito socialista. Queste scelte politiche, le costeranno duri attacchi sia dai comunisti che dai socialisti, le si rimprovera anche il suo forte accento americano, segno di collusione con le forze del capitalismo.
Muore a Roma nel 1960, dopo anni di solitudine politica e umana, rivendicando fino alla fine l’orgoglio di non voler essere riabilitata. Ha lasciato molti scritti di carattere politico, storico e un gran numero di pagine autobiografiche.

Bibliografia
Balabanoff, Angelica, Lenin visto da vicino, SugarCo, 1980.
Balabanoff, Angelica, La mia vita da rivoluzionaria, Feltrinelli, 1979.
Balabanoff, Angelica, Ricordi di una socialista, D. De Luigi, 1946.
Balabanoff, Angelica, Il traditore, Napoleone, 1973.
La Mattina, Amedeo, Mai stata tranquilla, Einaudi, 2010.

Fonti
www.ilsocialista.com : Angelica Balabanoff di Giuseppe Manfrin da Avanti della Domenica
19 maggio 2002 - anno 5 - numero 20
www.giornalismoestoria.it: in Giornaliste e pubbliciste
www.ansa.it:  Un libro al giorno. Mai sono stata tranquilla. Articolo di Massimo Lo monaco

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 Olga Benario

8marzo2011benario

Olga Benario Prestes è un esempio di coraggio, determinazione e convinzione politica. Ha difeso le sue idee e i suoi ideali dimostrando forza nel drammatico momento storico delle due Guerre mondiali e del Nazismo hitleriano. Nata in una famiglia ebrea tedesca il 12 febbraio 1908, Olga è figlia di una dama dell’alta società di Monaco e di un avvocato socialdemocratico. Vedendo l’esempio del padre, il quale si dedica alle cause degli operai colpiti dalla crisi scoppiata nel Paese, Olga viene in contatto con idee liberali avanzate. A 15 anni, Olga ha già una solida base culturale formata dalla conoscenza e dallo studio dei grandi scrittori e pensatori tedeschi. Allo stesso tempo si avvicina alla Gioventù Comunista, organizzazione politica nella quale inizia a militare attivamente, nonostante il disappunto della madre. La sua attività le permette di avvicinarsi al giovane dirigente Otto Braun, un colto ventitreenne comunista che aveva tuttavia già compiuto esperienze rivoluzionarie durante la fallita sollevazione spartachista del 1919, con il quale andrà a vivere all’età di 16 anni. Per lui, nel 1928 Olga realizza un’impresa straordinaria: insieme ad altri componenti della Gioventù Comunista, armata di pistola, invade la prigione di Moabit per liberarlo. Olga e Otto fuggono subito dopo verso Mosca, dove lei si sottopone a un duro addestramento militare, imparando a usare le armi, ad andare a cavallo, a pilotare aerei e a lanciarsi con il paracadute; tutto ciò le permetterà di fare carriera nel Comintern, guadagnandosi stima e incarichi di rilievo. Il suo impegno nella missione per una società più giusta ed egualitaria la separano però gradualmente da Braun. Nel 1934 Olga è scelta per accompagnare il viaggio di Luiz Carlos Prestes, il brasiliano leader della famosa "Colonna Prestes", per garantirne l’incolumità. In Brasile Prestes, soprannominato "il cavaliere della speranza", si porrà a capo di una rivoluzione con l’intento di diffondere e fortificare il comunismo nel Paese. Per poter attraversare il mondo con il leader brasiliano Olga dovrà farsi passare per sua moglie. I due utilizzeranno passaporti falsi, adottando i nomi di due coniugi portoghesi, Olga Sinek e Pedro Fernández. Durante il viaggio, ciò che all’inizio era solo una messa in scena, diventa realtà: i due s’innamorano. Al loro arrivo in Brasile, si stabiliscono a Rio de Janeiro, per organizzare la rivoluzione. In Brasile, già dalla seconda metà del 1934 un piccolo numero di accademici e di militari aveva tenuto periodiche riunioni a Rio con l'obiettivo di creare un’organizzazione politica in grado di sostenere rivendicazioni di carattere democratico: il risultato fu la fondazione della Aliança Nacional Libertadora (ANL). Il programma di base, pubblicato nel febbraio del 1935, ha come punti principali: la sospensione del debito estero del paese, la nazionalizzazione delle imprese straniere - numerose, in Brasile, specialmente statunitensi e inglesi - la riforma agraria, una politica economica a favore dei piccoli proprietari terrieri e delle medie imprese, l'attuazione delle più ampie libertà democratiche e la costituzione di un nuovo governo che intendesse realizzare questo programma. Durante una manifestazione pubblica era stato proclamato presidente onorario dell'ANL Luis Carlos Prestes - in quel momento ancora in viaggio sotto falso nome - in virtù della popolarità e del prestigio procuratosi alcuni anni prima. Allo scioglimento forzato dell’Alleanza decretato dal presidente/dittatore brasiliano Getúlio Vargas, a Prestes non resta che annunciare un’insurrezione generale guidata dall’ANL, ormai entrata in clandestinità. Tuttavia, dopo l’insuccesso della rivolta e del tentativo di colpo di stato ai danni di Vargas nelle città di Natal, Recife e Rio, Prestes e Benario vengono arrestati e separati. Olga è incinta di sette mesi, ma Vargas, per vendicarsi personalmente nei confronti di Prestes e tentando di avvicinarsi al regime nazista, fa deportare Benario in Germania. Qui Olga viene incarcerata nella prigione femminile di Barnimstrasse. Nel novembre 1936, un anno dopo il tentativo rivoluzionario, nasce la figlia di Olga e Luiz: Anita Leocádia (in onore di Anita Garibaldi e della suocera). Leocádia, madre di Luiz, porta avanti in Europa una tenace campagna per la liberazione del figlio, della nuora e della nipote. Grazie a questa lotta, Anita potrà rimanere con la mamma per 14 mesi e in seguito sarà affidata alla nonna.  Nel 1938 Olga viene trasferita nel campo di concentramento di Lichtenburg e l’anno dopo in quello di Ravensbrück, il primo esclusivamente per donne. Le prigioniere erano identificate da un numero e da uno o più triangoli colorati, attaccati sulla giacca della divisa carceraria, che indicavano il motivo della detenzione: Olga porta il triangolo giallo delle ebree e quello nero delle "antisociali". Il lavoro forzato nei lager rappresentava naturalmente un affare per le industrie che ne erano beneficiarie: nel capannone della Siemens installato nel campo si produce materiale bellico, e la giornata lavorativa viene pagata la miserabile somma di 30 centesimi direttamente al Lagerkommand e non alla detenuta. Qui riemergono le grandi capacità direttive di Olga: diviene leader del blocco in cui dorme e tiene lezioni per le altre prigioniere.  Con l'inizio della guerra aumenta il numero delle detenute prelevate dai territori conquistati dalla Wehrmacht e nel campo viene aggiunta una sezione maschile. Iniziano anche gli esperimenti condotti dal medico personale di Heinrich Himmler, il dottor Karl Gebhardt: alcune detenute vengono infettate per studiare lo sviluppo delle malattie veneree e del tetano, ad altre si trapiantano arti di altre detenute per poter osservare il fenomeno del rigetto.  La "soluzione finale" avrà inizio nel 1942. Le detenute scoprono che le eliminazioni vengono compiute a Bernburg, nel cui ospedale psichiatrico fin dal 1939 erano stati ricavate stanze sotterranee apparentemente simili a bagni collettivi: camere a gas con annesso forno crematorio.  Qui, il 23 aprile 1942 Olga è uccisa insieme ad altre 200 prigioniere. Carlos Prestes saprà della morte di Olga il 15 luglio 1945 quando, liberato dal carcere per effetto di un'amnistia promulgata il precedente 18 aprile, torna a Rio da una manifestazione politica tenuta a San Paolo.  La notte prima della partenza, sapendo di morire, Olga scrive la sua ultima lettera ai famigliari, che ci è stata conservata: " [...] Cara Anita, amore mio caro, mio Garoto, piango sotto le coperte perché nessuno mi senta, perché oggi sembra che non avrò la forza di sopportare una cosa così terribile. Ed è proprio per questo che mi sforzo di dirvi addio adesso, per non farlo nelle ultime e difficili ore. Dopo questa notte, voglio vivere per il breve futuro che mi resta. Da te ho imparato, caro, cosa significa la forza di volontà, specialmente se emana da fonti come la nostra. Ho lottato per ciò che c'è di più giusto e di più buono e di migliore al mondo. Ti prometto adesso che fino all'ultimo istante non dovrai vergognarti di me. Spero che mi capiate: prepararmi alla morte non vuol dire che mi arrendo, ma che saprò affrontarla quando arriverà [...] Conserverò fino all'ultimo momento la voglia di vivere [...] ".

Bibliografia
Morais, Fernando Olga. Vita di un'ebrea comunista, Il Saggiatore, 2005
Werner, Ruth Olga Benario. Una vita per la rivoluzione, Zambon, 2011

Fonti
http://www.culturabrasil.pro.br/olga.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Olga_Benario
http://revistaepoca.globo.com/Epoca/0,6993,EPT794517-1655,00.html
 

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Tamara Bunke

8marzo2011bunke

Haydée Tamara Bunke Bider, detta Tamarita o Ita, come si firmava nelle lettere ai genitori, più nota come "Tania la guerrillera", nasce il 19 novembre 1937 a Buenos Aires, da genitori tedeschi, militanti comunisti in esilio in Argentina sia per l’attività politica clandestina, sia perché la madre, Nadia, era ebrea e la Gestapo lo aveva scoperto.
Tamara, ragazzina intraprendente e vivace, vive gli anni dell’adolescenza assecondando il suo talento straordinario per la musica: suona il pianoforte, la fisarmonica e la chitarra.
Per quanto giovane, possiede una precoce forma di autodisciplina, si professa rivoluzionaria senza alcuna retorica e segue con interesse gli eventi politici internazionali. Eventi che nel 1952 portano la famiglia a voler ritornare in Germania - ora dell’Est, Repubblica democratica Tedesca (RDT, in tedesco DDR) - una sorta di terra promessa dove lavorare alla costruzione del socialismo. I Bunke trovano lavoro come insegnanti, mentre i figli riprendono gli studi, reimparando il tedesco nel giro di pochi mesi. Nel 1956, dopo aver terminato le scuole medie superiori, Tamara entra nelle file del Partito di Unità Socialista di Germania. Si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia della Universität Humboldt: qui coltiva il proprio interesse per l'America Latina con la fondazione di un gruppo di studio e di scambio con studenti di questo continente. Tamarita sente la mancanza di Buenos Aires, del mare, della musica: solo quest’ultima nostalgia può essere mitigata, trascorrendo ore a suonare fisarmonica e chitarra, grazie agli inseparabili spartiti che porta sempre nel suo zaino, come avrebbe fatto anche in futuro, ovunque andasse.
Comincia ad appassionarsi anche ad un altro "suono", quello delle armi da fuoco: diviene ben presto un’ottima tiratrice, partecipa a gare regionali e nazionali; imparerà anche a guidare motociclette, auto e camion, a usare un telegrafo, una radio da campo, nella stretta relazione tra vita civile e militare comune allora nella DDR. L’America Latina continua comunque ad esercitare su di lei un richiamo irresistibile.
Tamara Bunke prende un aereo diretto all’Avana l’11 maggio 1961. A Cuba, lavorerà come interprete nell'Istituto Cubano di Amicizia coi Popoli (ICAP), e presso la Federazione delle Donne Cubane, inserendosi attivamente nelle attività rivoluzionarie: entra nella Milizia e partecipa alle giornate di lavoro volontario insieme al Che. È pure tra gli insegnanti che si recano in tutti i villaggi dell'isola per sconfiggere la piaga dell'analfabetismo.
In pochi anni Tamara si guadagna il rispetto dei massimi vertici politici e militari, una fama da militante accorta e affidabile. Inoltre, parla diverse lingue, sa usare bene le armi e si distingue nell’addestramento alla guerriglia. Inizia così una lunga e minuziosa preparazione al lavoro clandestino. Tamara Bunke cessa di esistere: per i compagni diventa Tania, e per il resto del mondo, sarebbe stata tante donne diverse sotto nomi differenti, fino ad assumere l’identità di Laura Bauer. A fine marzo 1964 Ernesto Guevara la convoca nel suo ufficio al ministero dell’Industria. Parlano per ore dei movimenti di liberazione e della lotta armata in America Latina. La sua missione sarebbe stata quella di inserirsi nella società boliviana per preparare il campo a un’azione di vaste proporzioni. Tania accetta la proposta, anche se non a cuor leggero: a Cuba c’è "Negrito", l’uomo della sua vita, che avrebbe sposato se non fosse partita in missione all’estero. La loro relazione è tenuta segreta perché Negrito è Ulises Estrada Lescaille, alto dirigente del Ministero degli Interni e, soprattutto, suo diretto superiore. Tutto ciò infrange la regola di evitare qualsiasi coinvolgimento sentimentale tra agenti operativi.
Prima della Bolivia, Tania viaggia come agente segreto cubano in numerosi paesi: Italia, Germania Ovest, vari paesi europei. In autunno viene inviata in America Latina col nome di Laura Gutiérrez Bauer. A La Paz Tania si fa assumere dal Ministero della Cultura, in qualità di etnologa, specializzata in studi sulle musiche folcloristiche: ottiene così un lasciapassare governativo per poter viaggiare in tutto il paese (naturalmente per prendere appunti da consegnare al Che).
Come ben riportato dal recente film Che - L'Argentino di Steven Soderbergh (2008), nel novembre ’66 Guevara arriva in Bolivia, con un’identità insospettabile e un aspetto esteriore irriconoscibile. Dopo una breve sosta in una base approntata da Tania, si trasferisce in un accampamento nella selva. Dal campo guerrigliero (detto "Ramón") partirà la tragica impresa boliviana. Nel marzo ’67 alcuni disertori boliviani sono catturati e interrogati dalla polizia che, con l’intervento di agenti operativi della CIA, riesce ad ottenere informazioni che portano all’individuazione della base di Tania a La Paz. Saltata la sua copertura, Tania decide di rimanere con i guerriglieri ed entra nella colonna del Che. Dopo un mese, con la febbre alta, è trasferita nel gruppo di retroguardia con altri quattro ammalati. Alla fine di agosto la colonna allo stremo, senza cibo e con poche munizioni, arriva sul Río Grande, dove un contadino si offre di aiutarli: è in realtà un informatore dei militari. Il 31 agosto 1967 un’intera compagnia dell’esercito li attende in località Vado del Yeso. Per la prima volta i soldati vedono la donna di cui tanto parlano gli ufficiali: bionda, smagrita e pallida ma ancora bellissima, in pantaloni mimetici, scarponi anfibi, camicetta scolorita e lacera, zaino in spalla e fucile a tracolla. Si scatena l’inferno: i guerriglieri sono tutti in acqua, impossibilitati a difendersi e vengono falciati in pochi secondi. Tania viene raggiunta da una pallottola che le attraversa un polmone. Forse ha il tempo di sparare qualche colpo prima di essere trascinata via dal fiume.
Sette giorni dopo i soldati trovano il corpo di Tania, che seppelliranno nel fango. Recuperano anche il suo zaino: contiene alcuni taccuini con liste di brani musicali, testi di canzoni popolari, un nastro con musiche boliviane. Anche in quelle condizioni estreme Tania portava con sé la musica latinoamericana che l’aveva accompagnata in ogni istante della sua vita.
Un mese più tardi, l’8 ottobre, il Che è catturato dai rangers, ferito e con il fucile inservibile. L’indomani giunge l’ordine delle autorità, "consigliate" dai servizi segreti USA, di ucciderlo subito.
Ma non basta eliminarli fisicamente, occorre distruggerne il mito, infangarne la memoria, diffondere menzogne che ne incrinino l’immagine di idealisti. I servizi d'informazione della CIA daranno vita ad una campagna di calunnie contro Tania, cercando di farla passare come spia della Stasi – la polizia segreta della DDR - infiltratasi, attraverso il KGB sovietico, nella guerriglia guevariana al fine di informare il Cremlino; l’accusano di essere l’amante segreta del Che; le attribuiscono rapporti sessuali con ambasciatori e consoli, militari e ministri per ottenere informazioni e potere personale.
Solo nel 1970 all’Avana, le due storiche cubane Marta Rojas e Mirta Rodriguez danno alle stampe un importantissimo foto-libro dal titolo Tania la guerrillera inolvidable (pubblicato in Italia nel 1971), dove vengono smontate le calunnie dei servizi statunitensi. Anche Nadia Bunke, la madre di Tamara, ha ricostruito minuziosamente l’intera esistenza della figlia, producendo prove inoppugnabili per riabilitarne la memoria fino a ottenere la sentenza di un tribunale che, in ritardo di trent’anni, sancisce la verità storica.
Alla guerrigliera Tania, la ragazza dagli occhi verdi e dal sorriso allegro, l'astronoma sovietica Lyudmila Zhuravlyova intitolerà nel 1974 il Minor planet 2283 Bunke, quasi a ricordarci l’orizzonte irraggiungibile di certi ideali di libertà e giustizia sociale quando incontrano l’indifferenza di popoli più "civilizzati" e la disinformazia dei loro potenti governi. I resti di Tania sono stati recuperati in Bolivia nel settembre 1998 e portati a Cuba. Ora riposano insieme a quelli di Guevara e degli altri combattenti, sotto il gigantesco monumento dedicato al Che a Santa Clara de Cuba.

Bibliografia

Cacucci, Pino, Tamarita in Ribelli!, Zambon, 2000
Rojas, Marta, Rodriguez Calderon, Mirta, Tania la guerrigliera, Zambon, 2000
 
Fonti

http://www.italia-cuba.it/cuba/personaggi/tania.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Hayd%C3%A9e_Tamara_Bunke_Bider
http://www.siporcuba.it/gin-tamara.htm

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Angela Davis

8marzo2011davis

Angela Yvonne Davis è una delle figure di spicco del movimento americano per i diritti civili e una protagonista fondamentale per il movimento femminista nero degli anni Settanta. In un’epoca in cui la lotta per la difesa dei diritti umani era un atto rivoluzionario, doveva essere abbandonata la falsa distinzione tra "vita individuale" e "vita politica". Come ella stessa ha detto, la lotta di un vero rivoluzionario si attua "nella fusione di ciò che è personale con ciò che è politico, quando non è possibile tracciare una separazione". L'aspetto più profondo si raggiunge soltanto "quando non si considera più la propria vita individuale come realmente importante", quando la vita stessa comincia ad assumere importanza politica per gli altri, nella lotta comune per la libertà. "Io ho dedicata la mia vita a questa battaglia, ma la mia vita ne è parte integrante." Per comprendere la sua vita è dunque necessario comprendere la sua lotta. Angela Davis, che è stata educata nel Sud, è cresciuta nel mezzo di questa lotta.
Nata il 26 gennaio 1944 a Birmingham, Alabama, da una coppia di insegnanti, laureata con lode in letteratura francese, passa poi agli studi di filosofia e vive a Parigi e Francoforte dove è allieva di Adorno, per ritornare poi negli Stati Uniti, allieva di Herbert Marcuse; a partire dagli anni sessanta è in prima linea nella lotta degli afroamericani contro il razzismo e la repressione. Iscritta al partito comunista americano e vicina alle Pantere Nere, militanza che causa nel 1968 il suo forzato allontanamento dall’insegnamento universitario di filosofia a San Diego, conduce una lunga campagna a sostegno dei detenuti nelle carceri californiane. Finita nella lista dei dieci principali ricercati dall'FBI, nel 1970 viene accusata di complicità nell’omicidio del giudice Haley da parte di alcuni militanti dei movimenti e dopo una latitanza durata due mesi, catturata, trascorrerà un anno e quattro mesi in carcere con l'accusa di assassinio, sequestro di persona e cospirazione: rischia la camera a gas. La sua detenzione desta clamore in tutto il mondo, dando luogo a una massiccia mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale che vigila sul giusto corso del processo. Processo da cui la filosofa afroamericana ventiseienne, che le fotografie sui giornali ci consegnano bellissima, il fisico longilineo sovrastato da un'inedita chioma corvina “a nuvola”, esce assolta con formula piena. Proprio dal carcere la Davis scriverà alcune delle pagine più famose della contestazione statunitense che danno risonanza internazionale alla sua figura, tanto da divenire icona pop. A lei saranno dedicate tre canzoni: Angela del Quartetto Cetra (la prima in assoluto, scritta nel 1971), Angela di John Lennon e Yoko Ono, e Sweet Black Angel  dei Rolling Stones. In Francia, la sua liberazione sarà sostenuta, tra gli altri, da intellettuali del calibro di Jean-Paul Sartre, Gerty Archimède, Pierre Perret.
La sua vicenda porta alla ribalta la sua figura di donna che ha sempre combattuto per i diritti civili e per i diritti delle donne, scontrandosi talvolta anche con altri appartenenti al Movimento. Sin dagli inizi della sua attività infatti, le sue qualità intellettuali e le sue grandi capacità organizzative l’hanno portata ad assumere responsabilità e ruoli direttivi. Angela viene criticata molto pesantemente dai maschi del movimento perché “svolge un lavoro da uomo” e si vede contestare perfino il fatto che le donne vogliano impadronirsi dell’organizzazione.
La Davis si rende conto di essere venuta così a contatto con un complesso assai diffuso e radicato tra certi attivisti neri, che considerano la mascolinità nera come qualcosa di separato dalla femminilità nera, e l’impegno diretto delle donne una minaccia all’affermazione della loro virilità.
Angela ha fatto capire alle donne che il lavoro fuori casa non solo rappresenta un importante sostegno economico e motivo di indipendenza, ma anche l'importanza di avere una vita all’esterno della famiglia, con l’opportunità di svolgere un lavoro interessante e realizzare le proprie aspirazioni. Ella, insieme ad altre figure quali Shirley Chisholm (prima donna afroamericana eletta al Congresso) hanno mostrato alle donne afroamericane la strada e la possibilità di modificare la propria vita.
Autobiografia di una rivoluzionaria, pubblicato nel 1974 (in Italia nel 1975) oltre a descrivere la sua esperienza personale, è l’affresco sociale di un intero periodo storico, è il lamento corale di un intero popolo assediato. È un canto lungo e ipnotico che si propaga dai ghetti e che riesce a trasmettere il senso della solidarietà con gli altri esseri umani, e della lotta contro l’ingiustizia e l’oppressione. Il racconto della Davis è un servizio alla collettività, reso con gli strumenti più favorevoli di cui dispone: la parola, il pensiero, la sua stessa vita. Il racconto è reale: la segregazione scolastica, le bombe lanciate contro le case della gente di colore, la segregazione sugli autobus, nei negozi, nei cinema. La rabbia crescente negli adolescenti, autodistruttiva: non potendo combattere contro il potere (bianco) costituito all’esterno, spesso la violenza implode all’interno della stessa comunità nera. Ancora, l’impazienza di Angela di tornare in America, per partecipare ai primi boicottaggi, la scelta del comunismo come coscienza del potere del popolo, il diritto allo studio, ad una abitazione dignitosa, al lavoro, e a processi e pene eque. Non solo vibrano le corde emotive, ma vibra il pensiero: l’idea che si utilizzi il razzismo e i pregiudizi razziali per ottenere consensi elettorali, per acquisire il favore di intere regioni di un Paese, per sfruttare economicamente una classe già svantaggiata.
Autrice di numerosi saggi che spaziano dalla storia sociale alla denuncia civile, Angela Davis oggi insegna Storia della Coscienza presso l’Università della California di Santa Cruz, dove dirige anche il Women Institute, oltre a proseguire la sua intensa attività politica.

Bibliografia

Davis, Angela, Aboliamo le prigioni? Contro il carcere, la discriminazione, la violenza del capitale, Minimum Fax, 2009
Davis, Angela, Autobiografia di una rivoluzionaria, Minimum Fax, 2007
Davis, Angela, Bianche e nere, Editori riuniti, 1985
Davis, Angela, Nel ventre del mostro, Editori riuniti, 1971
Davis, Angela et al., La rivolta nera, Editori riuniti, 1972

Fonti

http://www.bibliotecamarxista.org/autori/Angela%20Davis.htm
http://www.ilportoritrovato.net/html/bibliodavis.html
http://www.enciclopediadelledonne.it/index.php?azione=pagina&id=223
http://it.wikipedia.org/wiki/Angela_Davis
http://samgha.wordpress.com/2010/05/27/autobiografia-di-una-rivoluzionaria-angela-davis/

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Dolores Ibarruri

8marzo2011ibarruri

Dolores Ibárruri Gómez - vero nome Isidora Ibárruri Gómez - è stata donna politica, attivista e antifascista spagnola. Nasce il 9 dicembre 1895 a Gallarta, la principale località del bacino minerario di Sommorrostro. Era l'ottava di undici figli: suo padre Antonio, detto l'Artigliere, lavorava in miniera. Sua madre aveva lavorato in miniera sino al matrimonio. Il nonno materno era morto in miniera, schiacciato da un blocco di minerale. I suoi fratelli erano minatori. Sposerà Julian Ruiz, minatore e attivista politico, da cui avrà sei figli (quattro moriranno prima dell’età adulta). E’ in questo universo di privazioni e miseria che a Dolores è offerta la possibilità, unica all’epoca e per quell’ambiente sociale, di frequentare la scuola fino ai quindici anni; esperienza decisiva che sveglia in lei la passione per la lettura, che conserverà poi per tutta la vita, ampliando i suoi orizzonti mentali, e che contribuirà a fare di lei un’efficace propagandista rivoluzionaria.
Comincia a leggere alcuni testi di Marx ed Engels, rendendosi conto che la vita non è "un pantano nel quale gli uomini sprofondano senza remissione, ma un campo di battaglia nel quale ogni giorno l'immenso esercito del lavoro guadagna posizioni".
Quando nel 1920 si forma in Spagna il partito comunista (PCE), lei vi aderisce immediatamente. Nello stesso anno viene eletta membro del primo comitato provinciale del partito comunista basco.
Inizia la sua carriera politica firmando con lo pseudonimo "Pasionaria" (il fiore della passione) tutti gli articoli su El minero Vizcaino, giornale dei minatori, e poi, trasferendosi a Madrid, dopo essersi separata dal marito, sull'organo ufficiale del partito, Mundo Obrero (mondo operaio).
E' una donna bella, imponente, con un'espressione decisa e una grande oratoria, è sempre vestita di nero, con l'ampia e lunga gonna delle donne del suo paese, abbigliamento che è il suo distintivo e che abbandonerà solo una volta, travestendosi da dama alla moda, per sfuggire a un arresto.
Nel 1927 porta un gruppo di donne comuniste, mogli di detenuti politici, sino all'ufficio del governatore per avanzare alcune richieste, guida gli scioperi dei minatori incitandoli alla resistenza. Due anni dopo partecipa alla conferenza di Pamplona e viene eletta membro del comitato centrale. A Bilbao, organizza un comizio, resiste alle guardie a cavallo che cercano di bloccarla e afferrando coraggiosamente una bandiera conduce i compagni per le vie della città in un corteo di protesta.
Nel settembre 1931 viene arrestata per la prima volta a Madrid, messa in carcere insieme alle delinquenti comuni, con le quali dà il via allo sciopero della fame per ottenere la libertà dei detenuti politici. Durante un secondo arresto fa cantare l'Internazionale nel parlatorio e nel cortile, incitando le recluse a rifiutare il lavoro miseramente pagato.
Nel marzo '32 organizza il IV congresso del partito a Siviglia, il primo tenuto ufficialmente in Spagna, dopo anni di clandestinità. Delegata al 13esimo Congresso internazionale del partito, si reca per la prima volta a Mosca. Nel 1934 organizza, con le donne socialiste e repubblicane del suo paese, il Comitato femminile contro la guerra e il fascismo. Verso la fine di quell’anno, in piena repressione antioperaia, va nelle Asturie insieme a due repubblicane, per prendere più di un centinaio di bambini, figli di operai in sciopero, che muoiono letteralmente di fame e portarli a Madrid in famiglie disposte ad accoglierli.
A Mosca, dove Dolores arriva passando la frontiera spagnola a piedi, per sfuggire all'arresto, viene eletta membro del comitato esecutivo del Comintern ed è tra quelli che approvano la costituzione del Fronte Popolare tra socialisti e comunisti, che vincerà le elezioni nel febbraio ?36. In questo periodo Ibarruri diventa il più importante dirigente del partito comunista dopo José Diaz.  E’ in questi anni che nasce la leggenda della "Pasionaria" tra i lavoratori, sullo sfondo privilegiato della rivoluzione sociale delle Asturie, riuscendo a trasformare il Partito Comunista di Spagna in un partito di massa con sempre più influenza politica e sociale. Il prestigio di questa donna straordinaria infiamma l'animo di poeti come Rafael Alberti, Antonio Machado, Miguel Hernández. Anche Hemingway le renderà omaggio nel suo famoso romanzo Per chi suona la campana.
Alla vigilia del colpo di stato Dolores denuncia apertamente in parlamento la preparazione del golpe di destra, ma non è creduta dal primo ministro Quiroga. La sera stessa la radio trasmette il suo grido che passerà alla storia: "Meglio morire sui tuoi piedi che vivere sulle tue ginocchia! ?No pasarán!" ("Non passeranno").  Le forze reazionarie vogliono annullare tutte le conquiste politiche ed economiche delle masse lavoratrici ottenute nella lotta per la Repubblica e restaurare i poteri e i privilegi del grande capitale, dei proprietari fondiari e del clero. Fascisti, magnati della finanza, l’aristocrazia terriera, il clero, generali dell’esercito organizzano una congiura, riponendo le loro speranze nell’esercito e nelle squadre dell’organizzazione fascista "Falange spagnola" ed ottenendo l’appoggio aperto della Germania nazista e dell’Italia fascista. La rivolta comincia il 18 luglio 1936, i congiurati fascisti e il clero sperano di ottenere in pochi giorni un pieno successo. Contro di essi si leva però tutta la Spagna, il proletariato, migliaia di donne e di uomini accorrono nei reparti volontari della milizia popolare. Nelle fabbriche, nelle officine, nelle miniere si creano battaglioni operai. In questo periodo burrascoso i partiti repubblicani borghesi cadono in preda alla confusione. Di tutte le organizzazioni politiche solo il Partito Comunista è veramente preparato alla lotta, mobilita in fretta tutte le sue forze e passa subito alla formazione di battaglioni di milizia popolare, tra cui il famoso "Quinto Reggimento".
La resistenza della Repubblica spagnola suscita un vasto movimento di solidarietà che coinvolge tutto il mondo. Grazie alle sue capacità persuasive, Ibarruri riesce a far accorrere dai paesi nemici della Spagna franchista uomini famosi e ignoti che formeranno le "Brigate internazionali", pronte a combattere a fianco del Fronte Popolare. Suscita grande commozione il suo viaggio di propaganda in Francia e in Belgio. Il primo ministro francese Léon Blum, le conferma però la decisione del governo di non intervenire nella guerra civile.
E’ il 1939: con la caduta di Madrid in mano ai franchisti, le forze fasciste prevalgono. Persa la guerra, Dolores lascerà la Spagna per ritirarsi esule in Francia e da qui partirà per la Russia di Stalin, dove le purghe colpiranno persino i reduci spagnoli. Il figlio Rubén morirà sotto i bombardamenti nazisti della città di Stalingrado. L'altra figlia Amaya sposerà un russo.
Nel 1942, alla morte di Diaz, viene eletta segretaria del partito comunista spagnolo in esilio e lo resterà fino agli anni sessanta, quando cede il posto a Santiago Carrillo. Alla fine del conflitto bellico, diverrà vicepresidente del Comitato esecutivo della federazione internazionale delle donne democratiche.
Nel ’60 diventa presidente del partito comunista spagnolo in esilio, carica che ricoprirà sino alla morte. Nello stesso periodo, riceve il premio Lenin per la pace e una laurea ad honorem dall'Università di Mosca. La sua autobiografia militante, No Pasarán, viene pubblicata nel 1966.
Tornata in Spagna, dopo la morte di Francisco Franco, e quindi dopo 38 anni di esilio, nel giugno 1977, viene eletta come deputata delle Cortes (Parlamento) nelle prime elezioni libere dopo la restaurazione della democrazia. Una delle sue ultime uscite pubbliche sarà per partecipare alla manifestazione di solidarietà con le Madri della Plaza de Mayo argentine, nel 1983.
Muore di polmonite il 12 novembre 1989; è sepolta nel cimitero pubblico di Almudena.

Bibliografia

Ferrone, Maria, Dolores Ibarruri: una donna dietro il mito, Laser, 1998
Ibarruri, Dolores, La guerra di Spagna, E.GI.TI., 1945
Ibárruri, Dolores Memorie di una rivoluzionaria, Editori Riuniti, 1963
Vázquez Montalbán, Manuel, Pasionaria e i sette nani, Frassinelli, 1997

Fonti

http://www.homolaicus.com/storia/spagna/pasionaria.htm
http://www.nonsolobiografie.it/biografia_dolores_ibarruri.html
http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/cust9m16-005882.htm

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Tina Modotti

8marzo2011modotti

Emigrante, operaia, fotografa, attrice, modella, musa ispiratrice, antifascista, comunista perseguitata, combattente, spia Tina Modotti è una delle figure femminili più interessanti ed eclettiche del XX secolo. Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini (chiamata Tinissima dalla madre) nata a Udine il 17 agosto 1896, diventa emigrante all'età di soli due anni, quando la famiglia si trasferisce nella vicina Austria per lavoro. Nel 1905 rientra a Udine e frequenta con ottimo profitto le prime classi della scuola elementare. A dodici anni, per contribuire al sostentamento famigliare (sono in sei fratelli) lavora come operaia in una filanda. Apprende elementi di fotografia frequentando lo studio dello zio Pietro Modotti. Il padre decide di partire per gli Stati Uniti, presto raggiunto da quasi tutta la famiglia. Tina arriva a San Francisco nel 1913, dove lavora in una fabbrica tessile e fa la sarta, frequenta le mostre, segue le manifestazioni teatrali e recita nelle filodrammatiche del quartiere Little Italy.
Durante una visita all'Esposizione Internazionale Panama-Pacific conosce il poeta e pittore Roubaix, dagli amici chiamato Robo, con cui si sposa nel 1917 e si trasferisce a Los Angeles. Entrambi amano l'arte e la poesia, dipingono tessuti con la tecnica del batik; la loro casa diventa un luogo d'incontro per artisti e intellettuali. Tina nel 1920 si trova a Hollywood come attrice di film muto: interpreta The Tiger's Coat, per la regia di Roy Clement e, in seguito, alcune parti secondarie in altri due film, Riding with Death e I can explain. Si tratta di un’esperienza deludente, che decide di abbandonare per la natura troppo commerciale di quanto il cinema propone. Per la sua bellezza ed espressività viene ripresa in diverse occasioni dai fotografi Jane Reece, Johan Hagemayer e, soprattutto, da Edward Weston con cui ben presto nascerà un legame sentimentale.
Il 9 febbraio 1922 Robo muore di vaiolo durante un viaggio in Messico. Tina arriva in tempo per i funerali e scopre, in questa triste occasione, un paese che a lungo l'affascinerà. Alla fine dell'anno scrive un omaggio biografico in ricordo del compagno, che verrà pubblicato nella raccolta di versi e prose The Book of Robo. Tina, ora innamorata di Weston, torna in Messico, paese a lei congeniale, dove vive anni luminosi dal 1923 al 1930, entusiasta del clima rivoluzionario e dei fermenti anche artistici del tempo, il famoso “Rinascimento messicano”, divenendo amica di personaggi famosi come lo scrittore John Dos Passos e l'attrice Dolores Del Rio ed entrando in contatto con i pittori Diego Rivera e Frida Kahlo. Ed è proprio in questo paese che diventa eccellente fotografa, riuscendo a ben coniugare l'impegno sociale con la passione artistica; padrona della tecnica, giocando magistralmente con le luci e le ombre, riesce a prodursi in maniera originale e con uno stile personale. Insieme a Weston apre uno studio di ritrattistica a Città del Messico e riceve l’incarico di viaggiare per il paese per produrre fotografie da pubblicare nel libro Idols behind Altars di Anita Bremmer.
D’indole ribelle, proletaria per nascita, sempre in questi anni comincia ad orientarsi verso l’estrema sinistra e nel 1927 aderisce al Partito comunista. Il legame affettivo con Weston si deteriora ma Tina vive grazie alla fotografia ed esegue molti ritratti, si unisce al pittore e militante Xavier Guerrero, lavora per il movimento sandinista nel Comitato "Manos fuera de Nicaragua" e partecipa alle manifestazioni in favore di Sacco e Vanzetti durante le quali conosce Vittorio Vidali, rivoluzionario italiano ed esponente del Comintern. Nel settembre del 1928 diventa la compagna di Julio Antonio Mella, giovane rivoluzionario cubano, con cui Tina vive un amore profondo e al cui fianco intensifica il lavoro di fotografa impegnata e di militante politica. Ma il loro legame dura pochi mesi, perché la sera del 10 gennaio 1929 Mella viene ucciso dai sicari del dittatore di Cuba Gerardo Machado proprio mentre sta rincasando con Tina, che rimane indignata e scossa da questo dramma e che deve inoltre subire una campagna scandalistica con cui le forze reazionarie tentano di coprire mandanti ed esecutori del delitto politico. Partecipa alle manifestazioni in ricordo di Mella e, in segno di protesta, rifiuta l'incarico di fotografa ufficiale del Museo nazionale messicano. In questo periodo Tina viene scelta come “fotografa ufficiale” del movimento muralista messicano, immortalando i lavori di José Clemente Orozco e di Diego Rivera. Molte delle sue foto ritraenti dei fiori sono state scattate in quel periodo. Nel dicembre del 1929 una sua mostra viene pubblicizzata come “La prima mostra fotografica rivoluzionaria in Messico”, raggiungendo l’apice della sua carriera di fotografa. La sua simpatia per gli operai si legge chiaramente attraverso i suoi ritratti di uomini o donne al lavoro. Espressione della sua volontà di una fotografia socialmente coinvolta è il ritratto dei Due uomini che portano un grosso peso sulla schiena, dal quale emerge la consapevolezza che il lavoro usurpa la personalità delle persone, la loro individualità. Attraverso l’occhio della Modotti, nel ritratto Donna di Tehuanpec la protagonista è ritratta leggermente dal basso e ha un’aria regale nonostante il peso sulla testa che più che un carico appare come un’ornamentale corona. Quella foto è l’emblema di una società matriarcale che deve aver colpito non poco la fiera e indipendente fotografa. Le immagini che scatta nella comunità Tehuanpec sono le ultime che scoppiano di energia fotografica. Nel febbraio 1930 arrestata perché (ingiustamente) accusata di aver partecipato a un attentato contro il nuovo capo dello Stato, Pasqual Ortiz Rubio, è costretta a lasciare la macchina fotografica dopo l’espulsione dal Messico e, a parte poche eccezioni, non scatta più fotografia nei 12 anni che le rimangono da vivere.  Esiliata dalla sua patria adottiva, per un periodo Modotti viaggia in giro per l’Europa per poi stabilirsi a Mosca dove si unisce alla polizia segreta sovietica, che la utilizzerà per varie missioni in Francia ed Europa orientale (probabilmente a sostegno della “Rivoluzione Mondiale” che aveva in mente). Nella capitale sovietica allestisce la sua ultima esposizione, lavora come traduttrice e lettrice della stampa estera, scrive opuscoli politici, ottiene la cittadinanza e diventa membro del partito; abbandona la fotografia per dedicarsi alla militanza nel Soccorso Rosso Internazionale. Fino al 1935 vive fra Mosca, Varsavia, Vienna, Madrid e Parigi, per attività di soccorso ai perseguitati politici. Quando scoppia la Guerra civile spagnola nel 1936, lei e Vidali (sotto gli pseudonimi di Maria e Comandante Carlos) si uniscono alle Brigate Internazionali, rimanendo nella penisola iberica fino al 1939. Lavora anche con il celebre dottore canadese Norman Bethune (che inventò le unità mobili per le trasfusioni) durante la disastrosa ritirata da Malaga nel 1937. Durante tre anni di guerra ha occasione di conoscere Robert Capa e Gerda Taro, Ernest Hemingway, Antonio Machado, Dolores Ibarruri, Rafael Alberti, Malraux, Norman Bethune e tanti altri delle Brigate internazionali. Nel 1939, dopo il collasso del movimento repubblicano, la Modotti lascia la Spagna con Vidali per tornare in Messico sotto uno pseudonimo.  Nella notte del 5 gennaio 1942, dopo una cena con amici in casa dell'architetto Hannes Mayer, Tina Modotti muore, colpita da infarto, dentro un taxi che la sta riportando a casa; secondo alcuni in circostanze sospette. Dopo aver avuto la notizia della morte Rivera infatti affermò che fosse stato Vidali ad aver organizzato l’omicidio. Modotti poteva “sapere troppo” delle attività di Vidali in Spagna, incluse le voci riguardanti 400 esecuzioni. Il poeta Pablo Neruda, indignato per queste polemiche, scrive una forte poesia che viene pubblicata da tutti i giornali come il suo epitaffio, di cui una parte compare sulla lapide che include anche un suo ritratto in bassorilievo fatto dall’ incisore Leopoldo Méndez. La sua tomba è nel grande Pantheòn de Dolores a Città del Messico.


Bibliografia

Argenteri, Letizia Tina Modotti. Fra arte e rivoluzione, Angeli, 2005
Albers, Patricia Vita di Tina Modotti. Fuoco, neve e ombre, Postmedia, 2003
Barckhausen, Christiane Tina Modotti. Verità e leggenda, Giunti, 2003
Bertelli, Pino Tina Modotti. Sulla fotografia sovversiva. Dalla poetica della rivolta all'etica dell'utopia, Nda Press, 2008
Cacucci, Pino Tina, Longanesi, 1994
Cossi, Paolo, Tina Modotti, Biblioteca dell’immagine, 2003
Cupull, Adys, González, Froilán Julio Antonio Mella e Tina Modotti contro il fascismo, Achab, 2005
De la Calle, Angel Modotti, 001 Edizioni, 2007
Poniatowska, Elena Tinissima, Frassinelli, 1997
Vidali, Vittorio Ritratto di donna: Tina Modotti, Vangelista, 1992

Fonti

http://www.001edizioni.com/modotti/?page_id=14
http://www.comitatotinamodotti.it/tina.htm
http://www.letteraturaalfemminile.it/tina_modotti.htm
http://www.liberamentemagazine.org/Tina%20Modotti.htm

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Ondina Peteani

8marzo2011peteani

La tradizione storiografica nazionale data l’inizio della lotta armata partigiana dopo l'armistizio con gli Alleati dell'8 settembre 1943. In linea di massima questo giudizio storico è corretto per quasi tutta Italia, fatta eccezione per il Friuli Venezia Giulia. Qui la Resistenza armata è ben radicata già  dal 1942, grazie ai movimenti di opposizione attivi per tutto il ventennio fascista. Uno dei fulcri della resistenza politica è Monfalcone e particolarmente il cantiere navale. Occorre tenere presente che Monfalcone - proprio grazie alla nascita dell'attività cantieristica - si era trasformata durante gli anni ’30 da piccolo villaggio anima a borgo operaio con più di diciannovemila abitanti. Uno sviluppo impetuoso che portò all’impiego nel settore industriale di ampie fasce di popolazione e che, per conseguenza, condusse ad un rapporto con la politica assai diverso rispetto a quanto accadeva in aree del Paese meno industrializzate. Il cantiere - come la fabbrica altrove - divenne il terreno di sviluppo della coscienza sindacale e politica dei nuovi operai friulani.
Così negli "anni del consenso" in questa zona gli operai socialisti e comunisti danno vita ad una serie di azioni incisive: lanciano manifestini contro la guerra d'Etiopia del 1935; creano un circuito di assistenza - il "Soccorso Rosso" - che dal 1936 raccoglie, tra gli operai, fondi per aiutare le famiglie dei militanti arrestati dalla polizia politica fascista. Nasce e opera una tipografia clandestina. Si distribuiscono copie de L'Avanti! portate clandestinamente da Padova, si tengono riunioni di partito nelle case operaie.
All’inizio degli anni ’40, nella cellula del Partito Comunista locale compare il nome di Ondina Peteani. Nata il 26 aprile 1925 a Trieste, è più giovane del regime fascista che combatte, ma avere quindici anni non significa non poter essere utili: da tempo uno degli incarichi di Ondina è andare in treno a Padova e Udine per portare tra gli operai copie de L’Unità e de L’Avanti!.
Nel 1942 lavora come operaia al cantiere di Monfalcone, sa usare tutti gli strumenti di lavoro "maschili", come il "tornio a revolver", una conoscenza che le tornerà utile ad Auschwitz.
Nei suoi ricordi il ruolo dell'ambiente di lavoro è fondamentale per la crescita politica: "così, da una parte i colleghi di lavoro e dall'altra un gruppo di studenti che frequentavo a Ronchi, attraverso chiacchierate e discussioni, cominciai ad interessarmi di problemi sociali e politici. Sia alcuni operai del cantiere, sia alcuni studenti, militavano già allora nelle file clandestine dell'antifascismo, quasi tutti erano comunisti ed io mi sentii progressivamente attratta da questi compagni, infine cominciai a capire quanto eravamo incasermati". Si tratta ancora soltanto di suggestioni e di discorsi, la resistenza armata è ancora qualcosa di distante, epico ed elettrizzante per l'adolescente Ondina.
La realtà che circonda Peteani è un presente fatto di guerra continua. Sin dal maggio 1941 il Partito Comunista Italiano e l'Osvoboldilna Fronta (il Fronte di Liberazione sloveno) collaborano nella lotta armata nella Slovenia occupata. Naturalmente, di questi scontri si parla anche nel cantiere.
Nel 1942 il Partito Comunista Italiano si pone l'obiettivo di creare delle unità nazionali che, almeno inizialmente, siano di concreto supporto alla ben più organizzata attività slovena. Le trattative tra i comunisti italiani e gli sloveni portano alla creazione nel marzo 1943 del "Distaccamento Garibaldi", una piccola unità nella quale confluiscono tutti i combattenti italiani che si trovano inquadrati nelle unità partigiane slovene. Si tratta del primo distaccamento partigiano italiano. Ondina, nome di battaglia "Natalia", decide di diventare staffetta partigiana sul Carso nella "Brigata Proletaria", e il suo impegno le costerà due arresti da parte della polizia fascista. Per ben due volte riesce a scappare, ma l’11 febbraio del 1944, mentre si trova in missione a Vermegliano (Gorizia), finisce nelle mani dei nazifascisti, che la portano a Trieste.  Segregata nel Comando delle SS di piazza Oberdan, la ragazza è poi trasferita al carcere del Coroneo. Lo lascia soltanto nel mese di marzo, per essere deportata ad Auschwitz, dove le viene tatuato il numero di matricola 81672. Successivamente viene trasferita nel campo di Ravensbrück. Dei lager Ondina conoscerà tutti gli orrori, tanto da avere incubi fino alla fine della sua esistenza, soffrendo di gravi malanni ai polmoni, anoressia, depressione e sterilità (il figlio Gianni lo adotterà all’età di otto mesi prelevandolo da un orfanotrofio). L'aiutano a sopravvivere il pensiero rivolto alla famiglia, la giovinezza e la forte fibra. Riuscirà così a evitare la camera a gas. Nell'ottobre del 1944, Ondina è trasferita in una fabbrica di produzione bellica ad Eberswalde, presso Berlino. Nello stabilimento riesce a far rallentare il ciclo produttivo, grazie a continui, ripetuti, pignoli controlli dei macchinari e della produzione. A metà aprile del 1945, nel corso di una marcia forzata di cinque giorni, che avrebbe dovuto riportarla a Ravensbrück, Ondina fugge dalla colonna di prigionieri. Riuscirà a rientrare in Italia a luglio, dopo aver percorso fortunosamente 1.300 chilometri. Nel dopoguerra Peteani esercita la professione di ostetrica, milita nel PCI, nel sindacato, nell'ANPI, nell'ANED, nei movimenti femminili. Nel 1962, con il suo compagno, dà vita alla prima agenzia libraria degli Editori Riuniti per il Triveneto, che ben presto, nella sua prima sede di Viale XX Settembre, diventa centro d'incontro di intellettuali, artisti, attori, giovani. Più tardi fonda il circolo giovanile comunista Ho Chi Min che poi confluirà nella rinata (grazie a lei) Associazione dei Pionieri d’Italia - erede di quella legata al Pioniere, testata per ragazzi sensibile ai temi internazionali diretta da Dina Rinaldi, e anche per un periodo da Gianni Rodari.
Durante gli anni settanta Ondina inventa le colonie estive laiche per bambini, che porta in vacanza in Istria, ma anche in visita alla DDR. Nel 1976 sarà, tra le prime, a organizzare una tendopoli nel dopo terremoto del Friuli, in località Maiano.  Sono questi gli anni, in cui il suo impegno politico si  concentra sull’attività del sindacato SPI CGIL; nei suoi interventi politici invoca l’importanza di un patto sociale tra generazioni, che eviti isolamento ed ingiustizia sociale. Questo suo entusiasmo le farà guadagnare l’appellativo di “pantera grigia”.  All'indomani della scomparsa di Ondina Peteani, avvenuta il 3 gennaio 2003, il figlio Gianni ha costituito un Comitato, da lui stesso presieduto, per onorarla come "prima staffetta partigiana d'Italia". Nel 2007, l'Istituto Regionale di Storia del Movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia ha pubblicato un libro biografico di Anna Di Gianantonio dal titolo È bello vivere liberi. Storia di Ondina Peteani. Intorno alla sua figura è stato inoltre allestito uno spettacolo dal titolo E’ bello vivere liberi! (vincitore del premio Scenario per Ustica 2009) ispirato alla prima parte della sua vita fino alla liberazione dal lager, che mette in luce il contributo fondamentale della Resistenza femminile all’emancipazione della donna, i sogni di libertà e gli ideali di pace dei giovani che aderirono al Movimento di Liberazione.

Bibliografia

Di Gianantonio, Anna, E’ bello vivere liberi. Storia di Ondina Peteani, Irsml Friuli Venezia Giulia, 2007
Di Gianantonio, Anna, Peteani, Gianni, Ondina Peteani. La lotta partigiana, la deportazione ad Auschwitz, l'impegno sociale: una vita per la libertà, Mursia, 2011 

Fonti

http://www.anpi.it/donne-e-uomini/ondina-peteani
http://www.enciclopediadelledonne.it/index.php?
http://www.lager.it/ondina_peteani.html
http://www.olokaustos.org/saggi/saggi/peteani/ondina2.htm
http://www.resistenze.org/sito/te/cu/an/cuanba29-008229.htm
 

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Comandante Ramona

8marzo2011ramona

Il Chiapas vede migliaia di persone sottomesse a un regime di povertà e sofferenza spaventosa. I cinque secoli trascorsi da quando gli spagnoli misero piede su queste terre hanno prodotto conseguenze terribili. Per tutte le civiltà centroamericane, l’incontro tra i due mondi ha significato solo impoverimento. Sono stati però anche cinquecento anni di resistenza. Di fatto, molte donne non parlano lo spagnolo, e così conservano l’eredità dei Maya, tenendo accesa la memoria della lingua degli antenati. Ma il prezzo da pagare è stato molto alto. Non sono mai andate a scuola, non hanno mai conosciuto un medico, hanno partorito figli nel fango e li hanno visti morire di fame, sfruttamento e miseria. Come figura mitica, emblema della pazienza, la donna continua però a ricamare fiori sui suoi vestiti tradizionali, riempiendo di allegria rossa, azzurra, gialla, la terra chiapaneca. Nel 1994 è arrivata l’ora del risveglio. Non poteva che essere un risveglio violento. Per molte di loro l’incontro con l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) è coinciso con una presa di coscienza della realtà. E’ in questa realtà che la figura del Comandante Ramona è diventata popolare quando ha partecipato ai dialoghi di pace con il governo messicano nella cattedrale di San Cristóbal de Las Casas nel secondo mese dell’insurrezione armata. Donna indigena di circa trenta anni, Ramona è diventata il simbolo della donna guerrigliera anche se il suo ruolo è prevalentemente politico. Così il movimento zapatista ha messo al vertice, oltre al subcomandante Marcos, una tessitrice tzotzil (etnia locale) minuta, sofferente, che parla uno spagnolo stentato. Con il suo hupil ricamato di complicate figure rosse, ella ha dato voce a migliaia di donne indigene senza voce, costrette a lavori umili, sfruttate, violentate, umiliate nel corso dei secoli. Il 1° gennaio 1994 queste stesse mendicanti e venditrici miserabili hanno preso d’assalto le maggiori città del Chiapas.
Miliziane con l’uniforme verde e caffè così come i loro compagni, con armi come loro, indios come loro. Sono tutti soldati dell’EZLN. La radio diffonde il loro messaggio, tra i canti rivoluzionari sono annunciate le leggi di guerra; tra queste la Legge delle Donne lascia più d’uno di sasso. Lo zapatismo propone la riconciliazione di tutti i messicani, e nel “parlare armato dei più deboli e dimenticati” spunta il sussurro delle più piccole, delle più dimenticate tra i dimenticati, le donne indigene. L’insurrezione zapatista ha cambiato l’immutabile ordine delle cose che durava da cinque secoli: il pregiudizio sociale dei coletos (la classe media più abbiente) e l’odio razziale dei meticci - discendenti dei conquistadores spagnoli - nei confronti degli indigeni; la sottomissione della donna in una società maschilista e machista. Durante i primi giorni di guerra, in alcuni ambienti non si dubitava che il movimento fosse straniero perché non ci si capacitava che al suo interno ci fossero donne indie del posto, sempre così sottomesse.
Gli scontri con l’esercito messicano sono molto cruenti, gli insurgentes sono costretti a lasciare i paesi per vivere in accampamenti nelle selve e sulle montagne; ma la lotta guerrigliera e l’ideologia che promuove entra direttamente anche nelle comunità proprio grazie all’opera delle miliziane che dismettendo l’uniforme militare riescono meglio degli uomini a rientrare nei villaggi e, causa la loro emarginazione, a passare inosservate, diffondendo in modo capillare le idee zapatiste tra le donne dei villaggi. Grazie a questi successi, le guerrigliere pretendono maggiore organizzazione e più partecipazione anche all’interno della struttura rivoluzionaria. Lentamente nasce la Legge Rivoluzionaria delle Donne dell’EZLN:
1. Le donne, senza che importino razza, credo o affiliazione politica, hanno diritto a partecipare nella lotta rivoluzionaria col posto ed il grado che la loro volontà e capacità determinino.
2. Le donne hanno diritto a lavorare e a percepire un salario giusto.
3. Le donne hanno diritto a decidere il numero dei figli che possono avere e curare.
4. Le donne hanno diritto a partecipare nelle questioni della comunità e di occupare degli incarichi se sono elette liberamente e democráticamente.
5. Le donne e i loro figli hanno diritto ad una attenzione speciale per quanto riguarda la loro salute e l'alimentazione.
6. Le donne hanno diritto all'educazione.
7. Le donne hanno diritto a scegliere la propria coppia e a non essere obbligate con la forza a contrarre matrimonio.
8. Nessuna donna potrà essere picchiata o maltrattata fisicamente né dai familiari né da estranei. I reati di tentata violenza saranno puniti severamente.
9. Le donne potranno occupare posti direttivi nell'organizzazione e avere gradi militari nelle forze armate rivoluzionarie.
10. Le donne godranno di tutti i diritti e i doveri che sono scritti nelle leggi e nei regolamenti rivoluzionari.
Per Marcos, il primo sollevamento dell’EZLN fu l’8 marzo 1993, proprio il giorno in cui le donne pretesero l’approvazione di queste leggi: ?Fu qualcosa fuori da tutte le regole. Ramona e Susana – le due comandanti – passarono per ogni comunità. A Ramona toccò la parte tzotzil, che è più chiusa, le donne sono più emarginate delle tzeltales, le quali sono più aperte. Una donna tzotzil non parla con un uomo. Ma a Ramona toccò di parlare loro, organizzò le comunità e nominò le responsabili dei comitati di donne??. Ramona è solo la punta dell’iceberg del grande blocco femminile dell’esercito rivoluzionario, ma molte sono le donne che hanno partecipato alla rivolta: Susana, Isidora, Andrea, Trini, Leticia, Hortencia, Maria Alicia e tante altre, di diverse etnie e diverse età.
Ramona ha ispirato anche molte altre donne: zapatiste, non-zapatiste, indigene e non indigene. La sua opera e la leadership sono state esaltate nel mondo come un esempio di come le donne possono avere rilievo nella comunità messicana.
Nel 1996 è stata la prima leader zapatista a uscire dalla zona del conflitto per recarsi a Città del Messico, dove ha tenuto un discorso memorabile nella piazza Zocalo. La propaganda ufficiale del governo sulla pericolosità della guerriglia dell’ EZLN si è frantumata davanti all' immagine di questa donna, gli occhi tondi, nerissimi e intensi che sbucavano dal passamontagna, i mantelli coloratissimi, la voce da uccellino, la statura minuscola e la grinta straordinaria con cui pronuncerà una frase rimasta famosa: ?Mai più un Messico senza di noi?. Un anno dopo tornerà nella capitale per sottoporsi, grazie ad un'ampia campagna mondiale di raccolta fondi, a un trapianto di rene, che le regalerà altri 10 anni di vita e di lotte. Gravemente malata, Ramona si è spenta all’età di 47 anni nel gennaio 2006. Il tumore di cui soffriva non le ha tolto la volontà di perseguire fino all’ultimo il suo obiettivo libertario. Al momento della sua scomparsa, Marcos la onorerà con queste parole: "Il mondo ha perso una di quelle donne che partoriscono nuovi mondi, il Messico ha perso una di quelle attiviste che gli sono necessarie. A noi è stato strappato un pezzo del nostro cuore".
Bibliografia
Rovira, Guiomar Donne di mais. Voci di donne dal Chiapas, Manifestolibri, 1997
Fonti
http://archiviostorico.corriere.it/2006/gennaio/08/Zapatisti_lutto_morta_comandante_Ramona_co_9_060108049.shtml
http://www.forumtime.it/Forum/lofiversion/index.php/t778.html
http://www.ipsnet.it/chiapas/1994/1993%20donne.htm
http://www.metaforum.it/archivio/2006/index1ff3.html?t7931.html

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Laura Seghettini

8marzo2011seghettini

Per sessant’anni Laura Seghettini non si è mai rassegnata. Prima all’ingiusta uccisione del suo compagno e poi al colpevole velo di silenzio che ha avvolto quell’oscuro fatto, avvenuto in un momento storico così conflittuale come quello dell’Italia dopo l’8 Settembre 1943. Il giovane Dante Castellucci, detto "Facio", fu accusato di tradimento, in particolare nella persona di Antonio Cabrelli, e fatto fucilare dai suoi stessi compagni partigiani. Con il suo libro Al vento del Nord, pubblicato nel 2006, Laura ha voluto far sentire la sua voce in merito a questa morte e alle mille sfaccettature della nostra salvifica quanto controversa Resistenza.
Laura Seghettini nasce a Pontremoli nel 1922. Nel giugno del 1939 termina gli studi per diventare maestra e si trasferisce con la famiglia, di idee socialiste e comuniste, in Libia. Anche qui il peso del Regime si avverte, ma con minore intensità. Laura, che era sempre stata insofferente alle pressioni della dittatura, vive una nuova stagione della sua vita, più libera, nella quale rafforza il proprio carattere, già formatosi nello spirito antifascista della famiglia. Allo scoppiare della guerra, però, la relativamente tranquilla vita familiare è alterata. Iniziano i primi bombardamenti, il lavoro non è più sicuro (Laura è impiegata e i suoi parenti sono avviati imprenditori), l’incolumità personale è a rischio. Sull’esempio di altri connazionali, Laura e la famiglia tornano in patria sul finire del 1941. A Pontremoli la situazione non è però migliore: ben presto i bombardamenti in Lunigiana diventano frequentissimi. La fame e la paura prostrano la popolazione e con l’armistizio molte famiglie, come quella di Laura, sono costrette a sfollare. La giovane viene chiamata ad insegnare nella scuola elementare, dove cerca di operare con la maggiore libertà possibile e si occupa di propaganda antifascista tramite la distribuzione di volantini clandestini, stampati direttamente da lei. Inizia anche ad avvicinarsi ai gruppi partigiani. La sua reputazione di elemento potenzialmente pericoloso le causa l’accusa di propaganda sovversiva, che le costerà un mese di carcere. Laura torna a casa, ma l’atmosfera è ormai troppo pesante, le autorità la controllano in ogni sua mossa e infine preparano un altro ordine d’arresto. Ordine che però non viene eseguito, perché un carabiniere amico di famiglia riesce ad avvertire Laura, che  si vede ormai costretta a fuggire. Seguendo un amico, inizia la sua vita da partigiana, nel battaglione Picelli, dove conoscerà Facio. Durante i 20 mesi di lotta partigiana svolge incarichi molto delicati e complessi. Nel 1944 viene nominata vicecommissario di brigata, incarico assai raramente assegnato ad una donna, e nel maggio di quello stesso anno, si trova a combattere in Lunigiana, dove gli scontri fra le Brigate Partigiane locali e i nazifascisti si fanno ogni giorno più sanguinosi. Dopo la fucilazione di Facio, Laura studia la sentenza che ha condannato il comandante partigiano e si rende conto che quanto le aveva raccontato egli stesso sulle presunte motivazioni è ben diverso da quanto appare sul documento steso dai "giudici". Fra i capi di accusa vi è infatti anche il delitto di sabotaggio che non figurava durante la fase requisitoria. Il comandante partigiano era stato accusato di essersi appropriato di un fusto contenente sterline. Non di rado gli alleati paracadutavano soldi in questo modo, ma vi sono testimonianze che Facio, nel momento in cui sarebbe stato possibile impadronirsi del denaro, si trovava dall'altra parte della vallata. Dopo l'omicidio di Facio, Laura Seghettini si sposta a combattere nella 12esima Brigata Garibaldi Fermo Ognibene del parmense, al comando di Dario Giagnorio.
Dopo la Liberazione Laura si stabilisce a Parma, dove lavora prima all’Ufficio Propaganda del Partito Comunista e poi al Lavoro femminile. Si reca ogni giorno alla sede della Federazione del partito, dove ritrova persone che ha conosciuto durante la lotta. Tra le iniziative che Laura si prende a cuore, c’è l’organizzazione di vacanze per i bambini che uscivano provati da cinque anni durissimi di guerra.
Partecipa attivamente alla vita del partito, ma con un incrollabile spirito critico, avendo sempre chiaro ciò che a livello sia locale che nazionale non condivide. Ad esempio la decisione di dividere nel comitato federale le sezioni femminili da quelle maschili: dopo aver discusso e lottato fianco a fianco coi suoi compagni, non può accettare un assetto di questo tipo.
Matura in lei la decisione di chiedere al segretario della Federazione di potersi allontanare per qualche tempo. Si reca in Calabria, terra d’origine della famiglia di Facio, che aveva già incontrato subito dopo la Liberazione e con la quale tuttora mantiene rapporti.
Nel 1948 rientra a Pontremoli, dove le sue amiche sono impegnate a prepararsi al concorso per l’insegnamento. Rinasce così in Laura il desiderio di proseguire gli studi, che compirà presso l’università di Genova e che le permetteranno di riprendere la sua attività di insegnante nei paesini della montagna pontremolese. Intanto inizia a battersi per far chiarezza sull’uccisione di Facio,  cercando di fare avviare un processo regolare contro Cabrelli e i suoi compagni. Purtroppo però Giorgio Amendola stesso, al quale Laura si era rivolta personalmente, le comunica che non vi sono prove per l’incriminazione. La storia di Facio si fermerà al 1963, con l’attribuzione di una medaglia al valore, la cui motivazione recita: "Valoroso organizzatore della lotta partigiana, incurante di ogni pericolo, partecipava da prode a numerose e cruente azioni. Scoperto dal nemico si difendeva strenuamente; sopraffatto e avendo rifiutato di arrendersi, veniva ucciso sul posto. Esempio fulgido del più puro eroismo". Dopo il silenzio, l’ipocrisia, ma Laura non si arrende. Il suo bisogno di denunciare non si spegne, come si percepisce dai racconti di Laura in Al vento del Nord, storia dei suoi mesi "sulle montagne", a servizio di una causa per la quale lei e i suoi compagni hanno combattuto senza riserve. L’impegno di Laura nella lotta partigiana le viene ufficialmente riconosciuto nel 2005 dal Presidente Ciampi, che la nomina Commendatore della Repubblica.
Nell’aprile 2010 al TeatroDue di Parma è strato rappresentato lo spettacolo Una eredità senza testamento, frutto della conoscenza diretta tra Laura Seghettini e l’ideatrice e interprete Laura Cleri, e liberamente tratto da Al vento del Nord.

Bibliografia
Seghettini, Laura Al vento del Nord, Carocci, Roma, 2006

Fonti
www.anpi.it/

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Gerda Taro

8marzo2011taro

Nata a Stoccarda nel 1911 da una famiglia ebrea di origine polacca Gerta Pohorylle viene inevitabilmente travolta dall’ascesa del nazismo in Germania, al quale si oppone apertamente. Come molti suoi coetanei partecipa alle attività di vari gruppi studenteschi socialisti. Il suo impegno politico cresce nei mesi immediatamente precedenti la presa di potere da parte di Hitler e simboleggia, la vicinanza dei giovani agli ideali comunisti. Infatti, per quanto molti di loro siano ebrei, non risulta essere questo l’elemento cruciale della loro scelta politica, ma piuttosto è l’idea di una società futura solidale a sostenerli ed a rappresentare una via d’uscita ad un presente così oscuro. Ma le profonde divisioni interne ai maggiori partiti di opposizione, KPD e SPD, determinano la dispersione di queste energie. E’ in questo frangente politico culturale che avviene l’arresto di Gerda; è il 1933, l’accusa è di attività sovversiva e propaganda antinazista. Una volta libera lascia la Germania per la Francia.  A Parigi frequenta i gruppi politici e culturali nei caffè di Montparnasse e del Quartiere Latino, punti di riferimento per le diverse anime dell’antifascismo tedesco in esilio, dove il dibattito politico è più lontano dal conformismo al modello stalinista. E’ proprio nell’ambiente intellettuale costituitosi intorno a questi gruppi politici e all’Associazione degli scrittori e artisti rivoluzionari che Gerda prende coscienza della rilevanza del giornalismo e della fotografia nella lotta internazionale contro il fascismo. Sono questi gli anni, in cui incominciano a diffondersi le riviste di massa, tra cui spicca Life e nascono le prime agenzie fotografiche, grazie alle quali si afferma la figura del fotogiornalista professionale. Riviste francesi come Vu  e Regarde, testimoniano come la stampa francese degli anni Trenta attribuisca un valore sempre più determinante al reportage fotografico, come strumento di opposizione politica. In questo clima culturale Taro incontra Endre Friedmann; di appena due anni più giovane, fotografo, André (il suo nome opportunamente francesizzato) ha già raggiunto una certa notorietà per avere realizzato, nel 1932, lo scoop fotografico di Trotskij che parlava agli studenti universitari di Copenhagen. E’ quello che oggi si direbbe un free lance, come molti che si presentavano nelle redazioni parigine. Per acquistare credibilità è proprio Gerda a suggerire un piccolo espediente: passare entrambi per assistenti del noto (ma inesistente) fotografo americano Robert Capa, troppo impegnato a fotografare per mantenere i contatti con le redazioni. L'assonanza del nome con quello del celebre regista Frank Capra e il fascino che sempre circondava i fotografi d'oltreoceano permette a Friedmann-Capa e Gerta-Gerda Taro (nome con una certa assonanza con quello di Greta Garbo) di essere considerati con maggiore attenzione; ben presto i loro pseudonimi divengono una presenza fissa sui maggiori settimanali francesi. Le loro foto sono firmate indifferentemente Capa o Taro, cosa che rende ancora oggi difficile distinguere quelle dell'uno da quelle dell'altra.  Lo scoppio della Guerra civile spagnola è decisivo per la Taro:  la fotografia diventa una forma  di espressione del proprio pensiero politico. Nel 1936, per la rivista Vu, è a Barcellona con Capa, per documentare la vita quotidiana e gli scontri sul fronte repubblicano. Anche il settimanale Ce soir e Life, già rivista importante, pubblicano le loro fotografie. Nonostante il significato delle immagini finisca spesso per essere distorto dalle didascalie e dai tagli di redazione, entrambi curano i loro scatti consci dell’influenza che le loro immagini hanno sull’opinione pubblica mondiale, tentando così di raggiungere un linguaggio comprensibile universalmente. La Guerra civile spagnola rappresenta infatti la prima guerra mediatica contemporanea.  Come già detto, molte foto di Gerda non vengono pubblicate a suo nome, lei stessa inizialmente tenta di venderle dietro il nome di Robert Capa, perciò molte vennero poi attribuite a lui stesso. Ciò risulta un’inevitabile conseguenza delle discriminazioni alle quali le donne devono sottostare; nonostante siano attive nel dibattito politico ed intellettuale, anche all’interno degli ambienti antifascisti le donne continuano a svolgere ruoli ausiliari e secondari rispetto a quelli degli uomini.  Ancor più evidenti sono le forme di ineguaglianza del fotogiornalismo di guerra, professione definita prettamente maschile. La sua stessa presenza al fronte, verrà  raccontata in modo contrastante, proprio perché non riconducibile ad un modello femminile consueto. E’ quindi comprensibile che la sua vita e la sua opera siano state per lunghi anni dimenticate, e con grande difficoltà ricostruite. Solo negli ultimi anni si è giunti a una faticosa individuazione del suo lavoro. Gli elementi di identificazione sono in minima parte tecnici: usava prevalentemente negativi 6x6, ma è l’inquadratura che gioca un ruolo determinante. Difficilmente Gerda si pone al centro dell’azione, l’inquadratura tende a una composizione completa della scena, tale da renderla più descrittiva possibile. La sua tensione è politica, la sua fotografia vuol essere principalmente testimonianza degli accadimenti di quei giorni cruciali. Ella si pone come testimone oculare, non è mai alla ricerca di effetti particolari, le sue fotografie sono ancora oggi la documentazione visiva più importante della guerra civile spagnola. La Taro è la prima donna fotografa impegnata in guerra e anche la prima a morire al fronte. Morirà durante un trasferimento in camion: cade dal predellino su cui si trova, venendo travolta da un cingolato. Muore a soli 26 anni, nell’ospedale di Brunete il 27 luglio del 1937. La sua scomparsa viene accolta con grande partecipazione in tutto il mondo. Dagli spagnoli, dai suoi colleghi, primo tra tutti Capa - che non si riprenderà mai dal lutto - dalla comunità artistica parigina. La salma viene trasportata a Parigi e un lungo corteo funebre voluto dal Fronte Popolare la seguirà fino al cimitero di Père-Lachaise dove viene sepolta il 1° agosto: il giorno del suo ventiseiesimo compleanno. La pietra tombale disegnata da Alberto Giacometti, verrà distrutta dai nazisti durante l’occupazione di Parigi, in sfregio di una loro connazionale che aveva scelto la democrazia e la libertà combattendo contro il fascismo.  Morta per la libertà e la fotografia, oggi la sua lapide porta solo il suo nome, Gerda Taro, e due date 1911-1937. 

Bibliografia
Maspero, Francois, L' ombra di una fotografa. Gerda Taro e la sua guerra di Spagna, Archinto, Milano, 2007
Schnaber, Irme Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella Guerra civile spagnola, DeriveApprodi, Roma, 2007

Fonti
www.enciclopediadelledonne.it

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Donne d’Argentina

8marzo2011argentina

Dal 1976 al 1981, l’Argentina vive anni terribili, stretta nella morsa della dittatura militare guidata dal generale Jorge Rafael Videla , dittatore e presidente,  arrivato  al potere con un colpo di stato ai danni di Isabelita Peron. Strumento principale dell’esercizio della dittatura è la guerra sporca, espressione massima di violazione di tutti i diritti umani e civili. Si tratta di un programma di repressione violenta di ribelli e dissidenti condotto da forze governative, caratterizzato dall'uso di sparizioni, torture, assassini e altre operazioni segrete. Questo “sistema” è stato usato in diversi paesi dell'America Latina nel corso degli anni '60, '70 e '80, ma caratterizza soprattutto la repressione attuata dai dittatori argentini Jorge Rafael Videla, Roberto Eduardo Viola, Leopoldo Galtieri e, in misura minore, Reynaldo Bignone. Durante questo periodo che va dal 24 marzo1976, al 1983, tra le 10.000 e le 30.000 persone vennero uccise o "scomparvero" (desaparecidos) e molte altre migliaia vennero imprigionate e torturate. La Triple A, Allenza Anticomunista Argentina, predispone la terribile macchina della morte, frutto della sinergia tra esercito, marina e aeronautica, con la cieca collaborazione della polizia federale. Il 60 per cento dei sequestri avviene di notte, la persona arrestata viene colpita selvaggiamente, incappucciata, trascinata via su auto senza targa. I desparecidos varcano la soglia di luoghi sulla quale sono incise le parole dell’inferno Dantesco “Lasciate ogni speranza voi che entrate”. I CCD, Centri Clandestini di Detenzione, in tutto il paese sono 365, un nome per tutti: la Scuola di meccanica della marina (ESMA), vero e proprio centro di detenzione polivalente, clandestino ma non troppo, dove convivono detenuti perennemente incappucciati in attesa di morire. E’ dalla base della Scuola che dal 1976, per due anni, ogni mercoledì, aerei carichi di oppositori del regime si levano in volo diretti verso l’oceano; migliaia di persone, prima torturate e poi narcotizzate, vengono lanciate ancora in vita.
In questo massacro, moltissime sono le donne; dissidenti politiche a volte giovani studentesse, semplici simpatizzanti di movimenti politici d’opposizione, oppure mogli, sorelle, madri di oppositori. E’ emblematico che uno dei luoghi di detenzione delle donne venga usato come “facciata presentabile”, di questo stermino, da esibire di fronte alle organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. E’ Villa Devoto, che svolge questo ruolo: celle pulite, dipinte di azzurro, dove alcune di queste donne, sequestrate senza ragione, giungono quasi con sollievo. Un carcere vetrina, che cela una strategia di detenzione, se così si può dire, ancora più atroce nella sua sottigliezza. Qui, i militari tentano di far nascere invidie, gelosie, tradimenti ed esasperare la conflittualità tra le donne offrendo loro la possibilità di leggere alcuni giornali, avere maggiori occasioni di incontro con i familiari, l’opportunità di praticare attività sportive ed una censura meno rigida sui pacchi ricevuti dalle detenute (soprattutto nella fase calante del regime), ma la loro strategia non darà risultati concreti poiché la divisione netta tra “irriducibili” e “recuperabili” di fatto non si creò. Queste donne, sepolte in una cella di due metri per uno, riescono a costruire un universo di relazioni che metterà in crisi sia la giunta militare sia i singoli scagnozzi responsabili delle varie strutture carcerarie. Nonostante in questi luoghi venga praticato l’annientamento civile e sociale delle detenute, torturate e umiliate, queste si stringono le une alle altre. Ne scaturisce  una maggiore coscienza politica, anche se non tutte appartengono alla sinistra militante, per cui frequentemente si ricreano all’interno del carcere, le frammentazioni esterne, provocando divisioni politiche tra le detenute. Molte di loro sono state incarcerate semplicemente per aver ospitato alcuni giorni un familiare, un amico, un conoscente al fine di salvarlo dai militari, altre sono cattoliche, alcune provengono da famiglie molto modeste e non sanno nemmeno leggere e scrivere.  E’ in questa convivenza e condivisione che riescono a vedere e capire la situazione socio-politica dell’Argentina profonda, che nemmeno loro stesse avevano compreso negli anni di militanza nelle organizzazioni rivoluzionarie e da cui scaturisce una  grande capacità di resistenza attiva. Le donne, in una società immobilizzata dalla paura sono quelle che si oppongono maggiormente alla dittatura.  Gli stessi militanti maschi chiedono alle detenute di tenere una linea meno dura in nome del realismo politico.
Dalle testimonianze raccolte, colpisce la coscienza che è solo nella condivisione e solidarietà, la possibilità di resistere, di non farsi annientare. Si condivide tutto: si parla con la compagna di cella, si ricicla tutto il possibile, si inventano i corsi di storia, di alfabetizzazione. Ci sono anche paradossalmente momenti di allegria; i compleanni rappresentano momenti attesi per giorni, che si festeggiano con piccoli manufatti, canti e disegni. A volte vere e proprie sferzate di ironia, con le quali le detenute, combattono gli sfregi inflitti al loro corpo e alla loro anima.
Moltissime non ne usciranno mai ed altre porteranno ineluttabilmente i segni nella loro vita futura. Altre ancora lasceranno una testimonianza vivente di queste prigionie: hijos, figli. Sono i figli di desaparecidos, delle cinquecento donne incinte sequestrate e uccise dopo il parto dalla dittatura militare argentina, o già madri ma di bambini troppo piccoli per ricordare: cinquecento tra i trentamila scomparsi negli anni tra il 1976 e il 1983. Un fenomeno quindi di enormi proporzioni, che sia durante che dopo la dittatura si è cercato di insabbiare, ma ciò non è stato possibile. Ed è successo per la testardaggine e il coraggio di un gruppo di signore che trentatré anni fa cominciarono a farsi chiamare nonne, pur non avendo conosciuto i nipoti, e a sfilare ogni giovedì con un fazzoletto bianco in testa, nonostante il clima di brutale intimidazione.
L’Associazione Nonne di Plaza de Mayo viene fondata nell’ottobre 1977 dalle madri dei giovani adulti dispersi, che si impegnano solennemente a cercare i figli dei loro figli, apropriados dalla dittatura, molti dei quali nati nei centri di maternità clandestini e smistati tra le famiglie dei militari come un lugubre bottino di guerra. 
Questa ed altre organizzazioni per i diritti umani non hanno mai interrotto la loro richiesta di pene legittime per i crimini commessi durante la dittatura, per cui è stato fatto un faticoso e penoso percorso per cercare di ricostruire ciò che è accaduto. Dai rapporti elaborati da queste organizzazioni si apprende che le donne hanno partorito nelle peggiori condizioni immaginabili. Il trattamento delle gestanti non è diverso da quello degli altri detenuti, vengono picchiate e torturate fisicamente e psicologicamente. Partoriscono su sudici tavoli, legate mani e piedi, tra gli insulti dei medici e subito dopo costrette a ripulire le infermerie. Pediatri, anestesisti, levatrici, ostetriche e infermiere; tutti sapevano che quelle donne erano state vittime di rapimento, e molti sono complici nel sequestro dei neonati. Ma alcune levatrici e infermiere risultarono a loro volta scomparse per mano della dittatura, per aver rivelato ai parenti delle donne il destino delle loro congiunte. Oggi molti di questi hijos, sono stati ritrovati, grazie a quella che si può definire, la giustizia del DNA. E’ successo a un centinaio di questi bambini che, ormai grandi, hanno cominciato a cercare le nonne: non sono più bambini spuntati dal niente nelle famiglie dei militari, segnalati da vicini di casa insospettiti; spesso sono adulti che hanno dubbi sulla propria identità e che si sottopongono consapevolmente ai test genetici di identità. Grazie anche all’impegno e al lavoro di genetisti di mezzo mondo, finita la dittatura, nel 1984, la ricerca dei nipoti si è fatta sistematica e nel 1987 è stato istituito per legge il Banco nacional de datos genéticos, dove si raccolgono i campioni di Dna dei familiari dei desaparecidos. I primi bambini riassegnati alle loro famiglie cominciano ad apparire già nel 1984: le abuelas, che venivano ritenute dai militari solo delle innocue e pittoresche vecchiette, pure un po’ rimbambite, sono riuscite a studiare il problema e a prepararsi con anticipo alla fine della dittatura, coinvolgendo i primi genetisti.
Le Abuelas de Plaza de Mayo, oggi “più vecchie ma più forti” come ha detto la loro presidentessa in occasione del loro ultimo compleanno, continuano a cercare i figli dei propri figli, affidandosi alla giustizia in camice bianco e non solo a quella. Sul loro sito internet spiegano: "Lavoriamo per i nostri bambini e per i bambini delle generazioni che verranno per preservare la loro identità, le loro radici e la loro storia, pilastri dell’intera identità collettiva, niente e nessuno ci ha fermato nella ricerca dei figli dei nostri figli". E niente e nessuno le sta fermando dal continuare a cercare i quattrocento nipoti che mancano, anche se loro hanno più di ottant’anni e gli hijos sono ormai  diventati adulti vivendo una vita di menzogne.  All’inizio degli anni ’90, sono state promulgate  leggi sull’amnistia e la grazia presidenziale, che hanno permesso a molti dei responsabili delle atrocità commesse durante la dittatura di sfuggire per sempre alla legge. Ma gli avvocati delle Nonne, tra gli altri, sono frequentemente riusciti a far riaprire i procedimenti legali contro gli ex funzionari militari, in base alle prove che i figli dei prigionieri politici sono stati sistematicamente rapiti sotto il regime militare. Tuttavia, il colpo più duro a tutti coloro che si sono resi responsabili di tutte le atrocità commesse durante la dittatura e ai complici silenziosi, è sicuramente inferto dalla capacità di costruire una memoria collettiva; nel ricordare non solo il sacrificio di queste donne che hanno pagato un prezzo così alto, ma soprattutto la loro forza e capacità di opposizione.

Bibliografia
Berti, Norma Victoria, Donne ai tempi dell’oscurità. Voci di detenute politiche dell’Argentina della dittatura militare, Seb27, Torino, 2009
Memoria del buio. Lettere e diari delle donne argentine imprigionate durante la dittatura. Una testimonianza di resistenza collettiva, Sperling & Kupfer, Milano, 2008.
Di Gennaro, Riccardo Mujeres. Storie di donne argentine, Manifestolibri, Roma, 2006
Moretti, Italo I figli di Plaza de Mayo, Sperling & Kupfer, 2007
Moretti, Italo In sudamerica, Sperling & Kupfer, Milano, 2000
Verbitsky, Horacio Il volo, Feltrinelli, Milano, 1996


Fonti
www.associazioneargentinoitalianapiemonte.org
blog.ilmanifesto.it/category/argentina/: in La giustizia del DNA di Silvia Bencivelli
http://danielebarbieri.wordpress.com : in David Lifodi.Donne ai tempi dell’Oscurità
www.ipsnotizie.it: in Torturate durante il travaglio e poi private dei loro figli di Marcela Valente

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ultima modifica:  08/03/2011
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